Rileggendo
in questi giorni il ciclo di Corto Maltese, nella bella edizione filologica
curata da “L’Espresso”, non potevo che pormi delle
riflessioni via via che scoprivo o riscoprivo le avventure del bizzarro
marinaio creato da Hugo Pratt e queste riflessioni si accompagnavano
alla contemplazione triste e disincantata di quel che si vede nel
mondo di oggi.
Dico subito che non voglio qui proporre il classico elogio dei bei
tempi andati, anche perché sono giovane, propositivo e pieno
di ideali e speranze per il futuro. Ma i tempi non sono belli e occorre
meditare, per ritrovare lo slancio adatto a orientarsi nel mondo di
oggi.
Corto Maltese, dunque. Un marinaio all’avventura per il mondo,
la cui vita, se andiamo a vedere le cose in termini utilitaristici
e pratici, appare agli occhi dell’oggi priva di una meta vera
e propria, senza un apparente scopo e, in definitiva, senza un’utilità.
Un uomo che viaggia e basta potrebbe dare l’idea del perditempo,
ma che male c’è nell’essere a volte dei perditempo?
E poi a colpire per la sua lontananza dall’oggi è la
dimensione del mondo in cui si muove Corto, un mondo ancora mitico,
dove tutto può essere ancora scoperto, dove puoi entrare in
una vita alternativa a quella che vivi quotidianamente.
Cosa importa appurare se Hugo Pratt ha vissuto realmente quanto raccontato
col suo personaggio o molto è il risultato di una sua proiezione
mitica, ideale? Non è questo ciò che conta. Ciò
che viene raccontato è di per sé bastevole a fornirci
l’idea, l’essenza di un’altra dimensione.
E questo spazio, quanto appare lontano da quello di oggi.
Forse la televisione ha realmente invaso ogni spazio della nostra
fantasia. Forse sognare è visto oggi come un qualcosa per poveri
scemi.
La realtà è fatta di una piatta omologazione in cui
tutti siamo contenti di avere le stesse cose, chi più chi meno
e invece di sognare una realtà diversa, un mondo alternativo
l’oggetto della nostra affannosa ricerca non è più
interiore ma esteriore, magari l’ultimo modello di videofonino
cellulare.
E come sono figli dei nostri tempi i nostri ragazzi e adolescenti
e bambini.
Piccole jene che stiamo allevando nel nostro mondo senza fantasie
e senza sogni ma pieno di ipocrisie e cattiveria da imparare alla
svelta.
A nostra immagine.
Ma perché, poi, i ragazzi dovrebbero sognare qualcosa d’altro
rispetto a ciò che vivono oggi?
Una volta leggevi e sognavi o ascoltavi quel certo tipo di musica
perché serviva a portarti da un’altra parte, contrapposta
a quel quotidiano che non ti andava bene, nel quale in un certo senso
ti rifiutavi di sentirti completamente integrato.
E allora leggendo “L’Isola del tesoro”, “20000
leghe sotto i mari”, le avventure di Corto Maltese, ti isolavi,
viaggiavi per il tuo mondo e scoprivi, al tuo ritorno, quanto poteva
essere noioso, mediocre, anche triste, vivere la realtà quotidiana.
E ti preparavi a salpare, ancora una volta, con la fantasia, da quel
mondo noioso.
Ma tornavi ogni volta con un carico nuovo, che, anche se apparentemente
non ancora spendibili per vivere la realtà concreta del quotidiano,
inconsapevolmente ti fornivano strumenti e idee per affrontarlo meglio,
con le tue idee, con le tue diversità, con un contributo originale
che potevi apportare.
Nel mondo dei grandi, un giorno, tutto questo avrebbe significato
essere un ingegnere con idee geniali, uno scrittore dalla fantasia
coinvolgente, un insegnante con sogni ed entusiasmo da trasmettere,
un musicista, un disegnatore, ma anche un idraulico, un impiegato
di banca, un perito agrario, sempre però con un’idea
della realtà sua, personale e non appiattita in un grigiore
lattiginoso e senza sogni.
Si. Quanto è lontano Corto maltese da tutto quello che viviamo
oggi.
Ragazzini che si alzano la mattina, cartoni animati tutta azione o
tutto sexy ma senza una storia da raccontare; poi scuola con professori
svogliati, delusi o frustrati, quindi più zombie di loro; tornare
a casa e genitori che pensano ai loro casini, quando non sono separati
di fatto, con relativi ulteriori casini; dopo pranzo un po’
di play station, qualche finto compito, molta tv i cui l’avventura
scompare, sostituita dal tutto azione o dal tutto sexy, a scelta;
quindi “O. C.” e telefilm vari, dove i protagonisti pressappoco
ripetono quanto i nostri ragazzi vivono durante la giornata: mi piace
il tale ma non so se dichiararmi, la tizia ha rotto con quella per
colpa di quell’altro… e così via per puntate e
puntate, condite da pubblicità in cui devi, devi, devi comperare
quello, scaricare quell’altro dal cellulare, essere in quel
modo se no non va bene e così via… e che palle!
Perché, allora, i nostri ragazzi dovrebbero leggere qualcosa?
Soprattutto un fumetto?
Leggere vuol dire isolarsi, anche pochi minuti, staccarsi da tutto
questo mondo in cui si è inestricabilmente, appicciccosamente
uniti. E per leggere cosa, poi? Di un tipo, peraltro disegnato “male”,
antico, vissuto un secolo fa, che fa discorsi noiosi e senza senso,
che gira da una parte all’altra senza quasi fare niente? Ma
per carità, abbiamo ben altro da fare! “O. C.”,
“Una mamma per amica”, “Settimo Cielo”, ecc…
Perché i ragazzi dovrebbero sognare qualcosa di diverso? Sono
già sulla difensiva da ora, fra i grandi che non li vedono
o se li vedono li considerano semplici risorse economiche, limoni
da spremere fino all’ultimo centesimo (dei genitori peraltro).
E allora, eccoli che sono uniti fra di loro, si proteggono. Nella
melassa del grigiore quotidiano, certo, ma fanno gruppo sociale. Come
i branchi degli animali che si difendono dal predatore.
Difficile o poco
conveniente abbandonare il branco per cercare di vedere come si sta
fuori da esso. Difficile trovarvi un Jonathan Livingstone pronto a
lasciare il gruppo.
E chi fra loro prova di tanto in tanto a uscire fuori (qualcuno ogni
tanto c’è) si troverà a vivere un senso di diversità
che non è più quello che poteva provare chi fra noi
si avventurava fra i mari avventurosi e misteriosi di Corto Maltese
o del Capitano Nemo. Troverà un oceano grigio, solitario, freddo,
nel quale le luci che si scorgono appaiono troppo lontane e irraggiungibili.
Per arrivarvi occorre uno sforzo ulteriore, più forte rispetto
al passato, che non tutti sono disposti a sostenere.
Per diventare cosa, poi. Come i propri genitori? Impegnati nei casino
della vita quotidiana, fra lavoro, soldi, commercialisti, televisione
e pantofole?
Ma come: i miei genitori, che fanno una vita di merda o anche solo
monotona o banale, devo considerarli un modello di quello che dovrò
vivere con la mia vita? Ma stiamo scherzando?
Come siamo incoerenti di fronte ai nostri figli, nel propugnare principi
a parole per poi disattenderli nei fatti. E come sono bravi, loro,
a mettere le nostre contraddizioni e le nostre debolezze allo scoperto
Meglio la piccola e rassicurante realtà del branco, allora,
la disimpegnata e disimpegnante frequentazione degli amici coi quali
condividere quel poco niente che appare tanto.
Così si ritorna al “porto delle nebbie” del grigiore
quotidiano, “Top of the pops” videofonini,, ecc. Ma il
carico delle esperienze fatte appare insoddisfacente e il percorso
effettuato non concretizzato appieno.
Si rimane acidi e inquieti, mentre Corto Maltese naviga per il suo
mare, sempre più lontano, molto lontano da qui.